sabato 31 luglio 2010

italianapolis

            Il capo, che sembra il capo, è basso, robusto e con il viso rosso di alcol e continue sigarette. Mi metto a guardargli la gola, durissima e tempestata di peli tagliati col nervoso e col rasoio, ora è al telefono e si sta lamentando, con virile rudezza, di un pezzo che ancora è in magazzino. "Cazzo! Ma volete svegliarvi o no?". Il napoletano, il campano con pancia, il magliettato con orrida shirt rosastra e munita d'enorme scritta, è uno dei suoi commessi. Ed è, direi, un bravo ragazzo. Già con i capelli radi e unti da non so quale gel, alto quanto lui io gli scorgo una chierica sulla sua nuca sebacea. Parla, è in difficoltà perché il rude omastro che ne dispone vuole insegnargli ciò che non sa, ovvero a vivere. Sta lì, attento e preso dal bisogno d'essere serio, perché sta lavorando. Ma non fa che chiedere, non fa che aggirarsi dietro il bancone per trovare il modo giusto di comportarsi in quella situazione, che non è la sua.  Però si capiscono. L'incallito proprietario del negozio di carpenteria meccanica -ebbene sì, qui è che ci troviamo- continua a dargli istruzioni, a ogni sua parola di comando od ordine, come per non dare né darsi troppa importanza, va sempre più avanti o più oltre, in direzione di qualche scaffale in disordine e debordante di cianfrusaglie, in direzione di qualcosa che gli dica che quello è il suo posto. Entrambi parlano dialetto, scadendo le vocali in strascicatissima la loro etnica appartenenza, senza permutarsi in altro che non siano sé stessi. Sembrano veri. Io voglio un martello, lo voglio di gomma ma duro abbastanza perché devo sistemare... non lo so. Lo voglio e basta, costa solo dieci euro. A servirmi è un altro tizio, informe, anziano e molto goffo, che usa il catalogo dei martelli di gomma, lo usa così tanto e senza senso, da non riuscire a farlo per dargli un senso. "Te ne va bene uno qualunque?", chiede senza guardarmi, e poi si strofina la fronte appena sudata. Caldo e grigio, lui, il tempo fuori e la sua vita, io dico di sì. La coppia di discente e docente, di quarantenne cinico e giovanotto indolente, è a riporre importanti assi di legno -sembrano di compensato- sugli scaffali più alti. Dico, a me stesso: si saran dati senza volerlo davvero una missione difficile e priva di scopo, per dire: adesso siamo davvero alleati. Come fanno i maschi. Non chiedo lo sconto, quando esco il martello che ho tentato di infilare nella tasca dei miei pantaloni da ragazzotto mi toglie, velocissima, tutta l'illusione d'essermi migliorato la giornata con un semplice acquisto d'utensile. La gomma ora è qui, il manico anche. Che posso colpire?

venerdì 30 luglio 2010

32/31 - la pers.na depressa

          Fa paura l'incontro deludente? Oh, al suo farsi toglie ogni voglia d'esistere. Si tratta di dieci anni fa, e di un trentenne, che mi vuole bene e non sa chi sono, che è lì, mi parla, non smette un attimo e ogni suo racconto è un enfasi possente di avvenimenti terribili e sempre, comunque, molto significativi. C'è stata una pandemia di quasi-colera; la mia ragazza ha dovuto fare flebo perché, devi sapere, ha contratto un'infezione da questo tizio grassone e inodorabile che m'abita in casa... io pure! ma l'ho scampata bella, sono stato malissimo per quasi una settimana. Ora sto bene. Ascolto, le parole mi vengono addosso come l'acqua fredda  al volto dell'agricoltore rassegnato al prossimo freddo. Fra l'altro piove anche qui, lo fa appena, senza darsi troppo da fare, io e l'amico passiamo sotto il pontile di un cantiere, di quelli per rifare la facciata. Alzo gli occhi al cielo e prima della luna incontro un cartello di plastica bianca e rettangolare. Il proprietario del palazzo, si dichiara in base ai correnti decreti legislativi, è un uomo dal nome straniero, uno dell'Est; avrei, se mai avessi avuto spazio di voce, potuto dire con quel morbido sprezzo tipico di chi non ama gli slavi. L'amico va oltre, tiene a sé l'ombrello e fa per deridermi, bonariamente, dell'aver dubitato della potenza piovente, che nei fatti non c'è. Ma guarda! La luce elettrica, giù dall'asfalto al cielo lunare e insolente, quando poi raggiunge le acque infangate di posteriore alla mia macchina lì posteggiata... è così bella.

giovedì 29 luglio 2010

tremor delirans

      Eccomi morte, io sono tuo e tu non mia sorella. Ho paura, sento la fine dell'impazzimento definitivo e solitario. Ricordo, senza troppo pensarci, l'accoltellamento inverecondo di quel quadro poi in realtà tanto grande da servire come allargatura d'un tavolo al servizio degli ospiti, addivenuti e ignari, di quei colpi di pugnale sul colore materico, bluastro, in cerca di Dioniso. Lui appoggiato al muro, stabilissimo e solo, di compensato od altro materiale inerte all'aristocratizzazione del mio sé frangente e pronto alla guerra, per quanto non imponente.  La lama era roba di cucina, si piegava a ogni fendente flessibile e perigliosa in direzione dei miei polsi bambini e sempre più nervosi. Mia madre aveva sincera paura nel vedermi così esternato e da lei lontano. Mio padre da lontano mi odiava perché non poteva né voleva capire. Ma io ero lì, ero tutto me stesso, uccideva il mio Creato perché non bello abbastanza, non a sufficienza capace di celebrare un bohèmien sedicente e improntato alla nullificazione di tutto. Prevaleva nel quadro del rosso, preferito fra i miei colori non appena ho finito di sentir suppurante il sapore del sangue che solo e tantissimo mi farebbe schifo, infra quei miei occhi al tempo bambocci, qualora, nei fatti, al vero tatto d'un inesperto consumatore d'esistenze mai viste. E non aveva paura, mi piaceva quel turbine, l'umiliazione era lontana, io, creavo la dignità e la fine di quell'istante furioso. Avevo solo anni sedici, avevo il mio culo sporco d'assetto a quell'anticamera alla mia enorme casa nella sua ultimissima stanza, di polvere e umido e franca forza. Persi. Il quadro è ancora lì, il quadro giace girato nella sua parte espressiva verso la parete che offriì a me al suo tempo la parte da accoltellare. Ora è marrone, ora è calmo e riposa obliquo e giammai diritto di fondo a quel pavimento in cotto e rossastro, che non può più guardare. Ma che? Sono ancora qui, ancora se mi concentro sento nelle mani e cioè nei miei palmi le tracce durissime e secche di quel manico di plastica nera, inturbinato e poi torto, per i miei colpi sciocchi e molto comici. Agli occhi degli altri.

211/C

      Ho avuto una specie di nonna che ebbe a morire all'incirca trent'anni fa, si chiamava Camilla, era robusta e un giorno, raccontano alcuni testimoni, portò via dal carcere il marito tenendoselo sopra le sue spalle vigorose e rurali, fino a casa e senza mai fermarsi. Era questa una donna dei tempi che furono, grandiosa e impaurita da niente. Ora non esitono più, la donna d'oggi, terrorizzata ed egotica, avrebbe lasciato il suo uomo marcire crepando dentro a una stanza umida e vuota, fatta solo di un cesso mai abbastanza pulito e di qualche lenzuolo piegato un po' troppo per dare sensazione di casa. Capite? Questa è l'attualità, e io dal basso veniente d'una gioventù che sto concludendo, io, sì, io la compiango.

mercoledì 28 luglio 2010

de scatso - nuova storia universale

       La Germania conobbe in quel periodo, -che al di là di qui non so quale sia, davvero-, grandi quantità di grigiore e perdizione. Uomini affamati e stanchi di lottare per le munizioni, uomini pronti a morire per qualunque ragione, uomini maschi che stuprando ridevano di sé e del brutto universo. Poi fu divisa, e questi uomini, ora poco più umani e un po' più erronei, rimasero in quella terra, fra scarpe rotte e macerie ottimiste, di cantieri e canti, di muri e muratori. A sinistra, per i geografi scemi, la Germania dell'Ovest. E a destra, quella dell'Est. Si fecero da subito guerra fra loro, non sparandosi ma solo dicendosi "Ehi, e tu chi sei?! Sono io, io soltanto, lo Stato di tutti i tedeschi". Ci furono pianti e moltissime donne presero a non guardarsi mai più allo specchio. Sapevano d'esser ancora più stanche dei loro uomini, un po' nazisti, un po' sconfitti e non più spaventati dal sangue. Ma Adenauer dunque si chiese come, lui che per lungo tempo fu a capo di cotanta Nazione, poter insomma riuscire a espandere altrove la legittimità; sua e del suo potere su quello Stato di ariani umiliati e distrutti da  sé stessi e dal loro sogno d'eterno dominio. Pensò. Continuò a farlo. Molti se non tutti i suoi collaboratori scesero le scale del palazzo già notturno e fuori freddissimo per raggiungere le loro mogli impaurite e sempre più sole. Non Konrad, che teutonicamente raggiunse così la Soluzione. Si trattava di diplomazia e senso dell'appropriatezza, niente di più; e niente di meno. E niente, niente così ulteriore e comprensivo, da fargli decidere l'orrendo e il praticissimo. Svolse così questo compito: scritte con stile algido e però immutevole numerose le sue epistole a collabotori ignoti e validissimi, per andare in Medio Oriente Adenauer Konrad capì che poteva servirsene, dei nazionalsocialisti igienici e non conosciuti, sfuggiti alla vendetta e cioè alle Eumenidi. C'era forse qualcosa di meglio per stabilire relazioni buone e durature con i Paesi non più colonie, sempre più arabi e musulmani, così assediati da quel nucleo semitico e imperfidito della neonata Israele? Dissero sì, lo dissero tutti e in particolare coloro che presso di sé portavano nomi inizianti per Al, Bashar, Sharif o anche solo Shaeddin. E che bella culla, fu dunque questa per la rinascente Germania. Le mogli all'intanto nelle loro case di Westphalia, bianchissime e terse, non sapevano proprio un bel niente di tanto manovrare; né, è ovvio (son donne) mai avrebbero voluto. Chi fra di esse era sposata a uomini di nome Klaus si limitò, pur morbida e molta eroica, a cucinare del purè con quella certa violenza, da determinare più risultato che domande. Ma nulla rimase, i vari Klaus lo ingurgitarono e nessuno di loro i giorni dopo seppe. mai, averne il coraggio. Oh, ma di cosa? Di dirlo all'opinione pubblica tedesco-occidentale, di spiegare all'intiero mondo della realpolitik di quel loro Adenauer, oggi eroe e celebratissimo. Che pertanto morì, solo e in un funerale bellissimo, che nessuno, per lui cattolico, avrebbe mai tacciato d'un qualche nazismo. Eppure...

dissoluzione in finale

        Flavia, la bionda scema e nemmeno bella, che alla lavagna fa sì che il suo inchino imbecille e fasullo cerchi la pietà -innaturale e schermitissima-, del professore rabbioso, qui, ora, è una cosa che mi ricordo. Con poco piacere, è un graffio della mia storia. Che faceva quell'idiota, con i suoi occhiali sempre in disequilibrio sul suo nasetto puttanesco? Gli occhi azzurri e roteanti, il viso grasso e i capelli scarmigliati a dire "non sto bene nel mondo". Non studiava, sapeva d'esser stupida e faceva, adesso capisco, tutto il possibile per dimenticarsene. Ma alla lavagna, alla tavola nera bianca solo di gesso insipiente, come poteva? Fu umiliata, meritò quella fine priva di gloria e senza stile. L'idiota, la cretina, la stronza? No, non ne aveva il talento. Nel suo cognome un'altra v, a farne più viscida e non valevole la sostanza del suo presentarsi all'universo mondano. Morta, ammazzata, adattata al più orrificante e medio della normalità, lei adesso, che sarà diventata? Ora ne sono libero, non saprei né piangerne né tantomeno accrescermi del suo soffrire così puffesco e cretino. Muoia.

lunedì 26 luglio 2010

il caducéo

      Quindi è morto. Anche se era uno tranquillo, anche se col suo sé stava solo andando in una moto, che di certo doveva, lui lo sapeva, avere la meccanica a posto; nelle sue decelerazioni interiori, sulle gomme girevoli e strade arrotacadaveri, dentro quel suo sangue a bastanza ancora giovane, presto pronto a farsi deflusso e disordine sull'asfalto lampeggiato di blu da un'ambulanza qualsiasi. Faceva il suo dovere, guidava per andare in un posto, dove avrà avuto il camice bianco? A casa o in valigia. Senza pietà né devozione, io vorrei tanto vedere adesso il suo corpo come fu offeso da quella strada violentatrice. Bah. Se ne è andato, e a me quella città è sempre stata terribilmente antipatica. Studiava, per diventare neurologo? Nessuno può saperlo, ma il reparto che frequentava era quello; fra donne androgine e caricate d'odio prevalente, capaci di ottenere i turni migliori dai loro succubi colleghi di specliastica. Neurologia, ma che scienza è? Un discorso che si dice sui microscopi e sui bisturi, l'importante è che quel cervello non funzioni. Com'è che si chiamava il morto? Luca, nome a me odioso perché così morboso e mellifluo. Aveva dato sangue e sudore, Luca, per quel risultato importante. Ma la sua caduta è arrivata. Ne parlano, adesso, come fosse stato da sempre destinato a crepare in modo così scemo e improvviso. Sorella morte, fai la troia con gli altri. Però lo ammetto, io m'ero ammanettato a una tradizione depuratrice -di familiari frustratissimi e doverosi- e volevo io credevo fare il dottore. Ma quanto illudersi...

212-con pattume

        Andai a cercare il suo cognome da sposata, doppio e con una z tanto morbida quanto nel mezzo. Doveva firmare non ricordo che cosa, doveva farlo davanti a tutta la classe e io ero uno dei pochi ad aver avuta -assai stranamente- la voglia di scrivere, di farlo a macchina, come lei disse, e di portarle servilmente e docile, quella carta da autografare in calce. "Oh sì -disse accigliante e scenica- questo è il mio nome completo". Due nomi da regina senza brioche, un paio di patronimici e un finale nobilitante. Era per questo, voglio pensare, che s'atteggiava come una contessa. Spiegando Medea, la terribile trucidatrice di figli per vendicarne il tradimento, portava le sue manone avanti al ventre pur ritto su quella sedia di umile compensato, le rosolava l'una sull'altra a inconcettare l'esecuzione della parola, ma i pollici duri e fin troppo carnei ne sciupavano la musica interiore. Medea, la tragica sanguinolenta, parlava di sé. Poi vieni un ieri di non molto lontano da qui e penso al prossimo bancomat. Funzionerà? Negli Stati Uniti della mia carta più volte dissero demagnetised, con un pericoloso ricalco gutturale fra le g e la n un po' troppo poco nasale, tanto da farmi la paura del turista vetrato ma di denari scevro. Inserisco la mia carta e spero che sia igienica alla fessura, sì da poterne cavare fedifraga la guiderda di scambio. Attendo, nervosamente eppure senz'ansia dacché in una cittadella deserta d'ogni pericolo. La mia, e purtroppo la nostra. L'elettronista dallo schermo mi dice d'attendere e io prego, senza supplicar che funzioni. Do le terga coperte di maglia strappata e post-nirvaniana al corso per passanti di fili anteriori. C'è una contessa, la multicognome. Siccome siamo fuori lei veste già anziana ma non vecchia del tutto degli occhialoni mosconati e molto grandi, neri e orientanti dovunque per da nulla lasciarsi acchiappar l'attenzione. Dondola, porta sandali orridissimi eppure costosi di colore doroteo e dorati ma solo di smalto, come quello delle unghie eruttive e crepate come quelle di un muro da tempio rotto. Va. I soldi escono, non sono molti ma frusciano. Vado, oltre e verso destra, ora vedo allontanarsi le spalle di Medea l'ammazzatempi. Oh santiddio, che razza di ritmo cotanta tragedia!

domenica 25 luglio 2010

selbstbildungroman

      Mia madre era bella, grassottella, morbida e decisamente incazzata; ma con una certa pazienza. Mio fratello le scattò un paio di foto, da giovane, sulla piazza più bella della città. Ancora ho negli occhi la lunga zampa d'elefante dei jeans che le calavano arroganti fino alla base della pellicola sviluppata. Però si mise anche a fumare, ribellandosi un po' e per imitazione, in quegli anni di miracolo economico e terrorismo plumbeo. Smise, raccontava lei quando mi vedeva disperato fare cose tipiche, tipo, che so, succhiettarmi il sale dalla lacrime insieme al muco del mio ultimo pianto post-adolescenziale. Lo fece da una sedia a dondolo, unica cosa che, a quanto mi pare, la faceva sentire rilassata. E ora penso fosse per quell'abbraccio materno mai avuto e sempre interrotto, dalla mamma sua, che vide scoppiettare come pezzi di carbone nervoso le membra incedenti di una famiglia profuga sotto il cielo delle bombe USA. Posso saperlo, lo sento, è, questa, la mia miglior e portentosa parte femminea. Mia mamma era bella. Ma incontrò un uomo nasuto e smontatore di moto, che trascorreva morti i suoi tempi dentro a un garage di collina a sentirsi un po' meccanico e assai distante, da quel mondo post-bellico e moderno fino al midollo, dove quanto siamo e dove siamo era una domanda morta anche fra i fisici. Fece ingegneria, continuò a farla dopo il matrimonio che si concessero a quasi totali spese delle due loro distantissime e nemiche famiglie. La Chiesa era la più bella della città, era nella città la pulcherrima. Giardinata e lontana dalle strade d'oltranza all'andata al lavoro o all'attività, è, tuttora, il luogo d'anime di persone concrete e nemiche delle prassi interiore. Sposati, ancora capaci di sognarsi addosso frustrazioni lasciate a metà, andarono a vivere un po' meglio vicino a un mare economico, a nord di qui. Mia sorella, tumorizzata e al tempo nascente, era nella pancia già innervosita di mia mamma ulteriore, con mio babbo già allontanante da moto e motori, che oramai poteva permettersi solo come fuga al suo resto di figlio rimasto solo. L'aria gli fece bene, lei nacque e fu nomata tanto quanto una madonna annunciata nel suo soffrire più pieno. Be', e perché, dunque, ebbe a ritornare fra l'arie di quel mare più allegoria che navigazioni di famiglia? Ci andò, fece, fingendo, per studiare qualcosa che le avevano detto fosse di sua appartenenza e cioè qualcosa di Lettere e Conservazione. Ma fu ribellione, venne il suo ritorno alla più bella fisica, quantistica e al centro di un'Italia più frizzante e piena, di stimoli nuovi e bellissimi. Poi si ammalò, poi si sposò, poi fu qui a farsi operare come una madonna annunciata. Io suo fratello le voglio bene e la croce l'ammazzo, ogni giorno qui dentro.

sabato 24 luglio 2010

geostasico - dissi 31

        Il centro è la cattedra di un potere scemo, anteriore a una classe di alunni. Mai discepoli, ma per sempre perseguitori di un Nulla interiore da riempire a tratti con l'altrui frustrazione, sì da poterne restare almeno un po' certi. Pavidi, io ero il lottatore risibile e in potenza ridicolo davanti a quella manifestazione di Matematica&Scienza, la professoressa del mio cazzo a stivali, che ridacchiava come fosse benevolmente e lanciava questo messaggio non mediato a quella platea di iene in erba: non torna, diceva costei, ora morta e certamente piegata da una curva presa fino a quel suo bancone di fòrmica e verde, leggiucchiando un po' e un po' no -comunque fingente- da quelle equazioni sbagliate che io vi avevo scritte, studiandole a fondo come fossero segni di un risultato ulteriore, quello che io mi volevo addosso quella che volta che io, maiuscolo e sopra a quei quadretti su carta malevola, m'ero impegnato a solvere ogni nodo della mia frustrazione così interna. Dove non torna, il due col tre, il quattro col cinque, l'incognita con la costante, i due punti con la frazione e il dividendo messo sotto al divisore inglorioso, che mi fece bastardo a quel gregge di belatori di ghigna e risa, trattenuti fino al loro oggi, tornitori vigliacchi del loro domani, che sarà sempre ieri. Io mi rivalgo, io bimbo matematico e troppo analitico, scendo e poi salgo. E qua, si capisce: sono davvero tornato.


venerdì 23 luglio 2010

giro linguistico, ecologia della montagna

         Semantica estensionale: quando dici una cosa pensandola e basta; Semantica intensionale: quando dici una cosa per non esser in alcun modo corretto o attaccato; Semiotica: quando dici una cosa, dal cielo o dalla terra; Semeiotica: quando dici una cosa per metterla virtuosa nel mezzo; Semiologia: discorso sfascinante e debordante sensuale di senso di come questi modi di dire si combinano per continuare a far conferenze fra i tuoi simili a cotanta Similitudine. Ma resta pur e troppo per voi una cosa soltanto: più conferirete, più quell'uomo con clava e sveglia al collo, spiegherà a tutti il suo Essenziale, senza parlare, lui fa segni per cacciare, come voi sulla sabbia per uscire dal mare, poeti all'esister mediani, forse volete solo morire d'altra minaccia; che non sia realtà

giovedì 22 luglio 2010

sintuazione

      Con l'avanzar militaresco, smaliziante e marziano della pubblicità tutta intorno a te succede a noi questo ma solo e tantissimo perché qui e nel d'attorno, ché avere fan è cercare d'aversi, esserlo è cercare di esserci, ma  poi ci si perde d'istinto e per pulsione, a ritrovarsi ma solo più tardi, lontano da qui, quarta dimensione eppure posto privo di luogo, al pc è la postazione, all'attacco è la posizione/voi siete qui se io sono e tanto potete solo creparvi

dall'Inferno dell'Intuizione Unica

               Dalla Ricreazione di Sé all'Intervallo più Nostro. Bambini. C'è una novità: moriremo tutti perché i Terribili Gestori del Tutto ci hanno fatto tremolare ogni giorno con piccoli sismi interiori per non accorgercene presi dai nostri brividi egotici, è la Cosa Nuova, la Controriforma di chi ha creduto coglionamente nella Riforma come a un Ritorno all'Eterno Oscuro della Chiesa che si Voleva Ecumene, l'unica cosa che non, ci sarà Promossa Pubblicamente e non, Mirando laStrategia perché già l'Angoscia è dentro di noi che sempre più piccoli saremo sempre di più se e solo in un qui e in un'ora ristretti come la nostra fifa meschina e protemetea, che nulla Protegge. L'Angoscia di morte è invendibile, la Pubblicità finirà solo così. Con guerre, sangue e distruzione, con schifo, orrore e decreazione- Non ci stiamo fermando mai perché mossi da iperstimoli che sono sempre tanti ma più velocemente, cosìcché saremmo sempre più costretti a scegliere quelli Fondamentali: vivere diverrà sopravvivere. Sarà la fine della relazione, l'inizio dei rapporti definiti come ingranaggi di un ingranaggio più grande. Che non sarà l'Uomo. Ma Dio? Io non lo so. Ma adesso non sta succedendo nient'altro. La Comunicazione Possiede Tutto Senza Appropriarsene Perché Lo Crea. Vuole Liberare l'Uomo Dalle Sue Catene Interiori. Dirgli Che l'Eden è su Questa Terra. Finirà per Crederci. Finirà per Caderci, una Volta Seconda. Pensiamolo: che la Tigre non è solo di carta -i grammi ideali dei Cinesi che sanno- l'hanno capito da Tempo. E la Tigre esce dalla giungla degli ideali solo quando questi scomposti in tanti costretti a far coincidere il pensare-solo-per-Sé con il Pensarsi Nel Mondo. La Scomposizione come Frammentazione. La Carta si Gonfia, s'Incarna nella Nostra Paura privata di Croci, nel nostro credersi Leoni ruggenti come gatti miciosi e cioè empatici. La Tigre ci Inghiottirà Intendeva questo, Einstein l'ebreo non ebraico, quando parlò di Infinita, Universale, Stupidità Umana? Fra due anni è il 2012. Suona bene, fa impressione. Ma la cosa certa, con Scienza e Coscienza in questo Flusso, è che noi siamo già Irredimibili. Sì, la Pubblicità è l'Apocalisse, ma solo perché costretta sempre più a puntellarci il cuore così diretto all'Errore Permanente. Questa è la Tecnica, nella Tecnologia di Severino. Questa è la merce nello scambio più rapido. Questa è la Vita Auto-Mercificante per Proiettarsi agli Dèi Ulteriori in una Visione Telegrafica ed Universante. Ma resteremo solo per chi, per cosa, per come. Fino a quando non sapremo perché. Come adesso, ché è qua la Fine. E resisteranno le Chiese -rendendo grazie alla loro enorme ed elettrica R sul Mondo- fino a che non smetteranno d'Auto-limitarsi a Parlare. Che nella Rete è Esserci, che nella Rete non è mai Parlarsi ma solo Dirsi. Mi rivolgo ora agli eruditi e al loro nasone storto. Diabolo, ciò che sta fra la Volontà di Esserci, di Dire la Propria Opinione. Può non essere Suprema la Volontà dell'Esserci? Cosa, in fin dei conti, ha detto Nietzsche? Cosa, in dei conti, ha fatto Heidegger? Cosa, in questi ultimi giorni, ha fatto la Merkel andando a sorridere d'Economia Verde al molto Dritto e poco Umano Hu Jintao? Arriveremo all'Infermo attraverso i nostri Dèmoni. Platone Il Protervio ci aveva già visti, quaggiù, lui che morto è Vissuto. Quella, la sua, fu l'unica e definitiva Eudemonia. Che non è sentirsi bene, ci dice il Pubblico Pubblicitario: soffrire in eterno e viventi per cercare di farlo.

mercoledì 21 luglio 2010

non magniloquente

        Oh Puttana tu mi fosti così ontologica: colei che totale e per sempre si dà all'uomo qua dopo che lui l'ha convinta con mille chiacchiere di volerla, davvero, proteggere da ciò che lei teme, ovverosia da ciò che non le piace perché nei fondamentali è un po' troia e codarda; puttana ontica: la moglie di Heidegger, che sottomessa al suo cervello imperante accettò di seguirlo fin 
nei suoi boschi interrotti, chiaro mi è a questo punto che io finora mi son dato del tutto solo alle ontologiche- Troie.

la maieusi, l'allusione, la veritazione

    Le Chiese, comunista, cattolica e ogni altra ancora in possibile auge, hanno capito  che la gente ha, in questo momento così privo di Storia, un grandissimo bisogno di credere per farla credere aspireranno sempre più ad espandare la loro influenza in modo silenzioso aumentandone l'efficienza con silente efficacia, attraverso la predicazione del Bene, attraverso la lotta senza esclusione di Colpi per conquistare lo Spazio Migliore per Farlo. Berlusconi, in questo senso, è stato solo un chierichetto un po' pedofilo. Lo faranno fuori, come lui avrebbe continuato a fare la cacca dal vaso. Per esserci, soltanto per Esserci. Questo è un ritorno al Lebensraum, lo spazio che ti dà la Vita, con l'aiuto del filo-semitismo trans-nazionale, che è Molti Soldi e Molta Rete. Con la spada, per la verità; la tigre resterà di carta finché non la si scontrerà con ciò che taglia. Le Banche lo sanno. Prevedo: uno spegnimento definitivo della polemica sulla finanziarizzazione mangia-risparmi; prevedo: un governo tecnico in Italia dove la tecnologia sarà per lo più americana; prevedo: un raffreddamento apparente e cioè in essenza stabile dei rapporti fra le istituzioni italiane e la Chiesa cattolica, dopo che B. ha provato in ogni modo a congelarlo, con il suo, solo suo, amor omnia vincit. Notatelo: i comunisti non sono più i cattivi, i prossimi saranno i guadagnatori comparsi nel discorso pubblico negli ultimi dieci anni, gli imprenditori, i sottomissori della fulgida voluntas populi, finalmente guidati da un governo ispirato alla decenza e al bon ton. L'Italia con B. ha cercato di giocare sporco per riuscire finalmente a fare i suoi affari fuori da quelli più Grandi che Le stanno sopra da Enrico Mattei a oggi. B. ha fallito, noi stiamo tornando indietro a cercarci, ma troveremo solo un altro, ennesimo muro di gomma dura. Ah, e non dimenticate: per Obama l'8 luglio Berlusconi è un ottimo premier, Napolitano una persona squisita; ma la Turchia un Paese NATO, europeo, così europeo. Secondo voi, perché? L'Europa gli serve disunita e guidabile. Contro la Cina. Che come contromisura sta passando dall'Africa, per arrivare da Sud, dal nostro ventre molle. Caduto B., il Tg1 e gli altri servi del Podere dell'Informazione diranno tante cazzate, ma una cosa importante: che Gheddafi non era poi quel gran simpaticone che ci era sembrato. E magari rifaranno vedere il loro servizio di quando B. lo invitò onorevolmente in Italia, quando lui pensò bene di presentarsi con la foto dell'unico e sfigatissimo eroe dell'indipendenza libica attaccata al suo taschino di soldato fasullo. Lì, ecco dove gli Americani e Il Grande Gioco vogliono poterci scattare una bella fotografia. Per chi? B. ha provato ad amicheggiare con Putin, a sorridere quanto più possibile con Gheddafi, a mettersi di traverso quando la Germania ha fatto di tutto per ottenere che l'Unione Europea votasse il finanziamento dell'oleodotto del Baltico, o quantomeno il Northern Stream. B. no, ha cercato di farlo passare dalla Turchia, da dove potrebbe nascere il Southern Stream, che entrerebbe in Europa. Indovinate da dove? Bravi. E chi è che poche settimane fa è stato ricevuto con tutti gli onori in Turchia? Con chi è che Obama, dopo aver "ottimizzato" Berlusconi, ha detto di avere ottimi rapporti? Napolitano, lo stesso che da poco ha rilasciato uno dei suoi moniti repubblicani per calmierare la rabbia magistrarola, infuriata dal fatto che Alfonso Marra, molto poco di Magistratura Democratica, molto poco Palamara, stia per essere nominato alla Corte di Cassazione. Hanno detto, gli autonomi e gli indipendenti: non si fa così, ci vogliono le regole meritocratiche. Panebianco oggi sul Corsera gli ha spiegato che merito significa non rompere troppo le scatole alla politica con i loro giudizi. Che ha ragione Carlo Federico Grosso, che ieri ha scritto su La Stampa, la stessa cosa con un interesse diverso: quello della FIAT, sub-montezemolo alla guida della Ferrari, di sradicare lil consenso dal basso al caro B., quello che cioè nasce nelle fabbriche degli operai con sempre meno lavoro, meno potere negoziale e però tanta rabbia repressa contro i lavoratori a costo quasi zero. Montezemolo vuole fare futuro con Gianfranco Fini. Vuole fare squadra, come dice lui. Da dietro le quinte. Ma qualche panchinaro perfido con più esperienza di lui, probabilmente, lo fregherà. E dimenticavo, un'ultima, escatologica cosa: procuratevi l'Osservatore Romano di oggi, 21 luglio. Leggete e tornate a qui vedere se tutto torna. Se è così, io dovrò andarmene molto presto e molto lontano. A chi vorrà, davvero, sapere chi sono, basterà un clic dal Posto Giusto. Letto tutto? Mi fa davvero piacere. Siete in pochi, non vi contate. Se ho ragione lo capirete veramente solo guardando i prossimi telegiornali. Quelli venturi. Però fate comunque attenzione: se la curiosità scatterà inarrestabile anche in voi, non abbassate le antenne al primo abile smontatore di segnali. Io ho parlato per radio, non con la lavagna. Lui farà il contrario.

martedì 20 luglio 2010

ac/dc - i generatori del cavolo puzzolente

        Che succede? A uno che fa il figlio di due persone rimaste individuali per sempre, fino a che lui davvero non se ne andrà, cosa succede, niente che sia positivo senza il suo polo che gli nega d'esserlo. Lei è una ragazzina eterna, che d'eterna davvero ha però solo la rabbia repressa su di lui -coperto di furia, che al tempo più morbido e verde volle farsi sembrare migliore e arricchibile mediante un po' d'affetto d'avanzo. Bella e carina nel suo dentro, da giovane e veniente da qualche parte anche se priva di ruolo, brutta e vendicante ogni offesa al suo sogno originario, in un adesso che qua le resta pesante e massiccio, che era quello di guadagnare lavorando sodo qualcosa che le era caduta addosso come pioggia liberatrice, caduta, senza un'altra lei più consapiente che volesse saperne. Che è successo? Lei ha lavorato tutta la vita perché la sua pioggia diventasse un sole splendido; lui ha lavorato tutta la vita senza fare niente per vivere veramente, fifone come un orsacchiotto accompagnato dall'orsone Yoghy. Sono in casa. A volte sì, a volte no, in ogni volta si sparano proiettili con i fucili poco sopra descritti. Mentre io sto affondando, nella mia inettitudine e volontà forte, ma mai sufficiente, senza cambiarmi e lasciare tutti, me soprattutto a sé stessi. Questa è la storia di una che ha vissuto e morrà cosensibilmente, di uno che è nato decidendo di morire per sopravvivversi, di uno che viene qui e scrive le sue ultime cose in un luogo. In un posto che chi non vuole conoscer rifiuta. Perché fa male, fa male e tanto. Ma solo a-

da un ponte sconfidenziale, cade qui la mia torre

       Gli intellettuali intelligenti muoiono sul migliorante, hanno guardato dentro a una fossa e ne hanno cavato fuori un coniglio dove altri vedevano solo una buca noiosa o solo nera. Chi resta è chi è morto, abbracciando Platone ma non lui, che se ne andò -e non è andato;  ma la sua filosofia ci resta negli occhi, diciamo così. Vorrei anch'io riuscirci, mi basterebbe, lo credo qui adesso ut voi intellegiate, morire in un incidente d'automatica pilotatura. Come Camus. Morto con un Sartre redivivo e moccicoso che alla poltrona parla male di te senza riuscirci perché vuole Essere e si vuole Nulla [...]. La realtà è solo un simbolo che cambia se riesci a dirtelo senza cedere a segni e segnali come la punteggiatura. Non so? No, così fosse Matrix sarebbe vero, Putnam sarebbe nel giusto, avanti e sopra a tutto all'indietro, fra le sue reti neurali; E io non sarei qui.

venerdì 16 luglio 2010

asinus sub mulieribus - dirazzificante

     Si può vivere senza donne? Sì, ma se vivendo vivi poco meno saggiamente di Platone insalatato con Aristotele; oppure diventerai segreto e violentissimo contro il rischio definitivo: quello d'esser ridicolo e tenero, come un bambino arrabbiatissimo. 

Questa è una crisi. Non, credo, aggiornerò il blog prima d'averla superata o d'esservi tornato a nuotare. Vi. Penso. Chi sa se esistete. 


(O forse Heidegger, che ha ri-sciolto il problema dell'Essere, aveva capito l'ingurgitante più vasto del mondo: che esserci è doverci. Infatti ammirava senza giustificarlo del tutto, il nazismo? Il nazismo. Qui al boh mi devo un rifiuto). 

giovedì 15 luglio 2010

qui non alludo: è tutto vero

      È una brutta, che non potrà, lei lo sa e ne soffre come una iena, mai essere bella il necessario. A dirittura, che fu quasi d'arrivo, addirittura dicevo mi disse consigliandomi che magari potevo (ecco) scrivere un libro. Che avrei dovuto, ecco e due. Disse proprio così con altre parole, altre soprattutto al suo modo iattante e scantonatamente rabbioso di darti addosso, come faceva con sé. Un'abruzzese con terremoto, interiore e abitato grazie agli ultimi eventi di cronaca mondana, distruggenti e ancora qui, a romperci la voglia di calma.  Esattamente come lei faceva, faceva lei, fra l'altro, tutto, senza che io manco la provocassi. Roba da non credere. Perché ne parlo. Boh, ecco la verità, prendetela come una pillola a punta. Con lei come con tutte cercavo di parlare in modo esiziale ed esattorio. Con lei come con tutte mi pareva fosse quella la miglior difesa gia ché attacco alle sue vere e femminili perché -stronza lei, inconsapevoli intenzioni.  Funzionava, ma funzionava anche su di me, la lotta era al penultimo sangue. Finché lei sedotta da un ascolto e da un mio scrivere così totale -e aveva in effetti un po' i modi d'una cassiera déspar- espose il suo pettone nerboruto e grasso perché sudato al colpo di grazia. "Grazie, ma si scrivono già tanti libri. Tantissimi; e non sono pochi quelli scritti bene". 
Dissi così (con altre parole, ovvio). Lei è scomparsa, lei se ne è andata come un camionista incazzato dall'autogrill. Non ha fatto altro, verso il sottoscritto, che s'è scritto sotto per non farsela addosso. Sai che stritolata? Questa era meno matta di me, ma parecchio più brava, dentro fuori, soprattutto e pur troppo per lei, alla finestra. Però c'è una cosa peggiore anche qui dentro di me, che sono tanto ma tanto buono: ho pensato di ricercarla per darle una cura. Per dirle: ehi, perché sei scappata come un camionista? Eri brava. Ma appunto, avrebbe capito. Meglio il suo sangue del mio.

titolatura non chimica

    L'assicuratore, diciamo più l'agente, mi dice che finita questa esperienza gli farà piacere se andrò a trovarlo. Io sono solo, un adolescente che è lì con lui e con quelli che non sono come lui anche se gli piacerebbe che così fosse. Quando è il suo turno, che gli arriva addosso come un colpo di spazzola mentre cercava di pettinarsi, inizia a narrare d'un cavaliere, d'una principessa e d'un castello. Non ricordo altre strutture di quel suo momento, a parte un paio di dettagli: la morte di lei e l'infelicità eterna di lui. Ci sarà bisogno di molto tempo perché lui ne esca, dice uno degli Ascoltatori. Ascoltanti, in coppia neanche troppo distanziata e seduti, che da tempo (ho saputo per pettegolezzo da tempo maggiore da mia madre più vecchia), non si parlano più. Non si vedono più. Sono nemici? Si desistono vicendevolmente, come potrebbe dire uno che toglie l'effetto ai verbi e sbaglia gli avverbi. L'assicuratore da giovane faceva il dj. La discoteca, quando lui non c'era, saltò per aria per una fuga di gas. La città, provincia e meccanica, ne parlò per molto, ne soffrì per tanto. E poi fuggì dal gas, lasciando l'agente in balìa di sé stesso, di quell'esser giovane che gli era scappato di mano perché, dài, è ovvio: aveva le mani sudate e un'alta statura, uno che sapeva stare ma non tenere. Era scoppiato anche lui, in un bel collasso. E ora veniva a rompere il cazzo a me! No. Mai che io sia andato a trovarlo. Sai che imbarazzo? Nemmeno, qualcosa m'avrebbe detto dove infilzare la lancia. Sarei caduto sulla spada di Aiace, mi sarei suicidato per fare l'eroe. Che grande stronzata le assicurazioni sulla vita.

mercoledì 14 luglio 2010

al fondo della merda: magari c'è la cacca

     Perché i francesi si sono sputtanati? Cartesio scriveva come un matematico, non parlava come un intellettuale. Aristotele, che ora, fortuna sua fra i giovani, suona come il nome di un personaggio da cartoon brillante, disse: "causa ed effetto". E causa ed effetto furono, fino a questi giorni. Che molti intellettuali, invece, (a parte M.Veneziani, berlusconizer), considerano quelli di Deleuze, di Derrida... addirittura di Lacan, un solo coglione tempestato da un corredo di migliaia di durissimi cazzoni: uno strutturalista decostruito da morire. Mais si le Roi est mort vive Quoi?

martedì 13 luglio 2010

post con aggettivi d'aggiunta (io sono il pastore)

            Voglio sapere la quantità totale del dicibile. E voglio, anche, sapere la qualità totale di questa quantità. Sto dicendo, davvero, tutto. Ma non ve ne state accorgendo. Quanto può esser detto ed elaborato e fatto in concetti attraverso i numeri e quanto attraverso le parole? In cosa differiscono realmente? Una parola è un oggetto immateriale che sta per un altro oggetto immateriale o per il corrispondente in materia? Niente di nuovo, lo disse Platone. I numeri? Rendetevi conto: anziché andare in giro pel mondo, militarmente e con passo individuale incontro al collettivo dello scopabile, dell'appropriarsi e di farsi migliori agli occhi dei migliori, io mi sono appena chiesto cosa è nella letteratura e cosa nella matematica. Un semiotico, che purtroppo non è un extraterrestre ma un molto terrestre su questa terra che sovente ci vive addosso come superiore nelle sens-azioni, direbbe questo: che è una questione di senso, cercherebbe cioè (e dunque riuscendovi) d'espropriarmi della mia finta ingenuità nel porre un problema che non voglio risolvere (come fanno gli adolescenti). Ma il semiotico mi vedrebbe vincerlo quanto ad aspetto, parlata e fisichetto scolpito, o quasi tale. Lui è un professore e deve esser restando un professore. Io sono, per i borgatari, un blogghettaro, io sono, per i milanesi, un blogger con un certo seguito. Però pecore voi non belate.

la fine bianca

           Ha i denti -incisivi eppure insufficienti alla parola- che le sono gialli e impatinati di non so quale pellicola secretiva. Spesso l'ho vista arrivare con un cappello da pigiama o simile, rosa, goffo e spiegazzato, ma morbidamente su quella sua testa calvissima e bianca. Magra non anoressica e semplicemente leucemica all'ultimo stadio, si chiama Chiara come la mia ex, che non se è la resta, ancora e di mio molto malgrado, una che sta restando. Chiara è una bambina. Ha regalato, su suo sponsor materno, una pianta a mia madre che ha cercato di curarla curandosi -senza potervi riuscire ma solo cercando compassione per una sofferente lì nel suo ambulatorio che purtroppo per lei e la sua vita non è da medico, ma ci si avvicina. Sorride, senza gioire e solo per stare sul momento circondato da ansiosi e che la stressa. Sua mamma sorride più intensa, goffa e ferita da una sventura così enorme. Cerca di farla mangiare. Cerchiamo, tutti insieme e non appassionatamente, di farla mangiare. Io recito la parte di un cuoco francese, recalcitrante e forzato alla soavità da tutte quelle donne empatizzanti, io non ci riesco ma insisto e questo è romantico. Ora però mia madre è tornata da una messa notturna. Ora, però, mia madre indicando la pianta me l'ha detto con le sole parole utili alla notizia: la bambina leucemica è morta. E non era, al suo funerale.

lunedì 12 luglio 2010

estratto il conto ha inizio il duello

    Le donne sono fatte per diventare e restare puttane innamorate. Avanti uomini, siate franchi: da loro non volete che questo. E anche loro non vorrebbero altro, ma non possono ammetterlo, non possono, così tanto, che lanciano tutta la colpa sulla società la quale le tollera solo come romantiche e ingenuamente innamorate. Non puttane, mai. Non si può dire, solo pensare e più non si può dire più si deve pensare. Maschi, uomini, repressi di tutti i nidi unitevi e lottiamo. Per avere la figa abbiamo bisogno delle donne. (Sì, sono stato frainteso, ma mica del tutto. Parlare -e qui scrivere- funziona così. O non funziona). 

a oltranza

       A lei interessa la vita delle persone? Disse di sì, senza usare la parola sì. Siccome eravamo in seduta -come si dice e dicendo si sciupa- non poteva, forse, essere troppo chiaro e cioè attaccabile. Capì che parlavo di me e del suo lavoro, neanche lontanamente delle persone. S'afflosciò, appena un po' ma per sempre, con una risposta sbagliata: ascoltare i problemi altrui l'avrebbe arricchito, condizionale e nel passato criticamente io qui lo riferisco, perché voglio dire: ma che cazzo mai disse? Arricchirsi -parcelle a parte- ascoltando le purulunze escrescenti di decine di esseri più umani che esseri? No, non è possibile. Crederci, per me, significherebbe cambiare. E preferisco soffra lui o almeno lo rischi. Io voglio restare.

domenica 11 luglio 2010

deliranze ballabili

           Perché la non-violenza? Qui, in questo mondo qua sempre più universale e meno mondano, non si vive se non selezionando. I canali, le informazioni e gli stimoli, e magari qualcos'altro ancora. Non ci vuole forza, decisione, volontà per riuscire a farlo? Sì. Non essere violento così poi non potranno dirti cattivo, non essere violento così poi potrai per prenderle dire che combattevi per una causa migliore del manganellante. Non esser violento, sarai mica un uomo basso? Quanta ipocrisia. O quanta ipocrisia? I savi sanno che il termine deriva da, molto più o meno, la parola greca usata per "recitazione". Pirandello, dicono, teneva particolarmente a cotanta analogia. Qualche scagnozzo di Mussolini fece fuori Matteotti, che aveva recitato una coraggiosa filippica contro l'arroganza e la violenza dell'instaurando regime. E così Luigi aderì al Fascismo.

una

              Lo guardi e senza trovare subito la definizione pensi che è d'una bruttezza comica. Ha gli occhi che sembrano rotare indipendenti l'uno dall'altro, e da ciò che succede. Ma devo sbrigarmi, mi sta vincendo il sonno e non è una donna. Vado al punto. Andrea è sposato, ed è sposato bene con una donna medico. Mentre lui è un operaio, ed ha pure le mani consunte. Prima del matrimonio ha fatto uno di quei corsi che organizzano i preti. Ride, sguaiatamente e fuori luogo, dopo una battuta che nessuno ha capito. "Le donne... Ahah, no i preti mica t'insegnano che sono granché sai". Insisto. Chiedo chiarimenti; soprattutto, approfondimenti. Non arrivano, è oramai e per sempre in questa e futura realtà rientrato nel circolo delle coglionate agli amici, che amici finti, fintamente l'ascoltano. Ancora voglio saperlo: Andrea, che diavolo ti disse quel prete?

sabato 10 luglio 2010

tentativi semiotici - contro il progresso condotto

         Oh, sembrano un gruppo underground del Bolognese, dove abbondano gruppi post-grunge con medio-alto livello di istruzione, maledetti universitari con la sigaretta facile e spiegazzata da un viaggio economico seduti in treno. Invece no. Qui si tratta d'una cosa vera, si parla di Riforma e di Rivoluzionario. Lo si farà in modo morale, guardando a ciò che è bene e ciò che è male. Riforma, parola inevitabilmente positiva. Rivoluzionario, parola evitabilmente positiva, ma solo se come sostantivo e di riferimento a molte passate epoche, di sanguinari ora sanguinari soltanto, e non più lottatori. Che vogliono dire questi due Verbi? Niente. Siamo noi che vogliamo farglielo dire. Riforma come soluzione, revisione operativa e razionale di un problema mal affrontato, rinormazione di un contesto dato per inefficace e inefficiente. Et cetera. Lutero, pare, usò la parola per riportare, diceva lui, la Chiesa Corrotta e Indulgente alle Origini del Suo Vero Verbo, ovvero il suo, tedescaccio maledetto e culattone (sia detto, of course, con sarcasmo cripto-europeista). Insomma, la riforma è cosa buona e giusta e fonte di salvezza, soprattutto per i politici costretti a parlarne senza mai farla. Il Rivoluzionario -cioè ciò che lo è-, è di gran lunga più ambiguo, anche se del resto non come un cazzo duro che non sa se ama o ha voglia di solo di svuotarsi, pur non essendo neanche un po' bi- o biforcuto. Ma (Il Rivoluzionario) si muove sempre sul velocissimo e figo binario del Nuovo. Se non è nuovo è morto e va sepolto, e se è sepolto si torni a guardarlo solo se la tomba ha un po' di fascino. Mi pare che oggi, all'incirca e in un circo di facili intellettualismi da baraccone dei desideri,  mi pare che oggi? Sì, dicevo "mi pare". Ecco, mi pare che oggi sia proprio così. Ma come vedete riconosco d'avere dei dubbi, ma come figli indesiderati e involontari io ne chiedo l'aborto.

solo per perdere

         Mia nonna cambia spesso gli occhiali ed è un'ebrea nel senso antisemita del termine. Diffida, non ascolta, sa già tutto cioè è molto presentuosa e parla solo con chi le somiglia e la pensa esattamente come lei. Naturalmente tirchia, naturalmente presentuosa e innaturalmente intelligente, dacché è una donna e nonostante l'epoca che le appartiene, a suo tempo prese quasi una laurea in Scienze naturali. Ancora, ancorata alle fonde di un passato che ama più del suo presente, sostiene sincera di sapere qualcosa d'interessante quanto a corpo umano e suoi problemi. Un giorno, quand'ero nel cuore ancora piccolo e non sapevo se odiarla o meno (o più odiarla ancora), bruciai delle rose per lei. Cartocciati di carta bianca e dura, di quella rumorosa alla compattazione coatta appena fuori e male inutilizzati da quelle cazzo di stampanti economiche eppure lucenti. Creai dei petali concentrici e un po' fasulli, comunque belli e di qualche commozione, cerebrale o meno che fosse, per quella mia nonna speculatrice e cosmopolita. Il fuoco li raggiunse solo per qualche attimo da un accendino della BIC, di quelli, cioè, che stanno bene anche sul retro disordinato di un'Alfa Sud, lì, sotto la giacca di flanella sgualcita e nera d'un ispettore terrone ed eroico fino alla morte, che, sia detto per inciso, qualcuno farà sembrare solo un incidente. Cosa bruciò, precisamente? Il bordo, irregolare come fiordi e piegato di qualche arte; che marroncino, sfumando verso l'interno di quei crocchi di carta, piacque all'ebrea. Disse ma che bravo, disse ma che intuito, disse. Mentre fino a quel momento -io cinquenne e grassottello-  da lei avevo non aveto che questo: mai abbastanza soldi per comprarmi gli snack, mai fiducia nel lasciarmi maneggiare le sue combattive posate d'argento, mai affetto nel toccarmi le gote gonfie che pur baciate da quelle labbra molli e fredde io me le sentivo ammazzate. Mai. Così seppi che a una donna, per quanto ebrea e micragnosa, piacciono sempre le rose. Anche sciupate.

venerdì 9 luglio 2010

si distilla sterco

               Questa è la notte in cui non ho voglia di scrivere, è, questa, la stessa notte che mi contiene piegato e pigro su di una sedia così lontana dal libro da cui avrei voluto copiare. Che discorre di tantissime cose, che è perfetto ed è irraggiunto. La vita offesa, (potrebbe dirsi dal mondo, dal mondo moderno, dal mondo moderno e dal capitalismo, cioè da tutto) e le sue meditazioni. L'autore parla di beuaté inutile, quella della bellissima e inarrivabile, destinata comunque a soffrire. Ma non ho, sinceramente, capito tutto. Si dice che costei destina sé stessa a rovinarsi rovinando ogni nuovo incontro in nome della salvezza del suo sé esteriore e di struttura a quello interno, tanto fragile quanto spietato. Si dice, poi, che non dovesse farlo -provandosi in miglior disporsi all'altro che tutto potrà e dovrà dargli- ne pagherebbe il prezzo ancora più alto, quello d'una generosità malriposta (e qui come un levriero scatta la filosofizzazione sofistica e tremolante) cioè,  non perché riposta nel soggetto maschio sbagliato (sì, non credo io, qui, che l'omosessualità sia cosa giusta e normale), ma malrisposta per forza, dentro quel suo stesso sé che così cavernato, profondo e terribile non può dar buon posto a niente che non sia una cosa soltanto: la volontà di distruggersi. Così penso alla Chiara, che tanto bella e perfetta proprio non era, ma a tal guisa a me pareva, dal pompino più liquido al bacio più secco e solare di qualche pomeriggio d'estate. E però, cari e indifferenti lettori, come ben si distrusse costei. Costei? Lei, oggi si dice così. Come nel libro che ancora giace immoto e morto sul mio comò sporco di seme.

mercoledì 7 luglio 2010

senza morsi

              Ho parlato molto, e ancora devo pagarlo. Lui ha, solo, parlato troppo; alla fine, mentre io lo ascoltavo meglio di quanto lui avesse fatto con me. Gli occhiali, cadenti e mai giusti su quel naso già vecchio; i libri, d'astrologia e sistemati in un ordine dato dagli scaffali d'arredo e non dalla lettura; le poltrone. La finestra socchiusa, la lampada accesa a bel soffonder luce morente su quella scrivania demodé. E la polemica saggia e meno sapiente su Jung, "usato dagli astrologi per nobilitare il loro ciarlare, anche se lui non ne capiva in realtà un accidente". Qui è poi giunta la fine. Tocca all'altra paziente, la ragazzina come lui dice, che mi darà il cambio. La penso e la concepisco ancora chiuso lì dentro. Piccola, fuori e nell'animo infermo, ora siede nervosamente e in attesa eccessiva un po' teme di non esser desiderata e voluta abbastanza, anche se (per lei qualcuno) paga. Esco, e la stretta di mano, pur prolungata in un arrivederci collocato benissimo nei tempi successivi al commiato, non basta, no, a farmene andare senza le pause rotte e cretine di una scena malrecitata. Però vedo lei, che è tutta lì ed è tutta diversa. Siede dirimpetto e a petto procacissimo e ritto, nera o comunque non bianca, mi trovo i suoi occhi grandiosi e duri sui miei congedanti quel luogo di cura. Una belva ferita, che si difende dalla iena che passa. Oppure non so: comunque io è così da sbranare, che l'avrei voluta.

martedì 6 luglio 2010

997

              Senza fine visibile, i corridoi sono terribili; io sono solo; le vending machine sono rotte. Ho fame. Chiedo dove devo andare e dico sì grazie, ma non capisco la risposta. Andandomene sento la vergogna d'aver, magari, preso la direzione sbagliata. Blu, bianco e strisce verdi di cui non capisco il senso sono sul pavimento lucidissimo e di linoleum. Siamo, con chissà chi altri, sottoterra e senza aria condizionata. Eppure sarebbe una biblioteca. In ascensore fa un caldo tremendo, la guardia, nera nelle pelle e grigia nel vivere, agli accessi mi chiede la tessera a parole e  il significato d'esistere con gli occhi che tremulano. Ma non so rispondergli, solo che più tardi, diciamo venti secondi, sono seduto nella Reading Room impegnato a coprirmi il collo dal vento gelido di non so che cavolo di impianto di raffreddamento. Questo libro non c'è, questo neanche, e questo c'è ma non possiamo dartelo. Abbiamo solo questo, ma devi ridarcelo subito. Inoltre, in un oltre che speravo migliore e più motivante, continuo a sentire un gran cazzo di freddo. Il testo è insignificante e divulgativo, ci sono, anche, errori di battitura. Penso, l'asiatico accanto a me non lo fa e si stiracchia la schiena cinese sulla sedia statunitense, di pelle e in stile un po' presidenziale, grande e cerimoniosa. Vado via, ora, io vado via. E sto bene, accidenti. Accidenti a lei, che esiste davanti alla metro e con la sua valigia del cavolo non mi lascia entrare. Con i suoi tacchi quasi a spillo non mi lascia, nemmeno, stare nel mezzo come io vorrei, dondola e continuamente rischia di cadermi addosso. E neanche è bella, neanche ha gusto e neanche vorrei rivederla né ora né mai e nemmeno alla prossima fermata. Allora perché la stavo guardando? 

   Avevo freddo.

sabato 3 luglio 2010

annette non nel 69

                 Ho visto la distruzione d'una serie momentanea che ricordavo bene e bellamente. Due anni dopo, cioè, tornai a Vence, entroterra della Costa Azzurra che meno azzurra non si può, dove Matisse dipinse qualcosa, e dove spesso c'è uno di quei mercatini francesotti e simpatici, con le facce che tutto sommato sorridono e si fan molto lontane dalla pompa di grandeur, patetica e insieme dura. Quando ero lì con Annetta, ancora io lo ricordo, avrei voluto, avrei davvero, comprato un pettine d'acciaio che non so perché mi ricordò d'impatto Fonzie e il suo farsi bello davanti al Juke Box. Non lo presi, ma ancora, se ci penso, ho nel palmo della mano destra la traccia d'acciaio fresco di quelle punte grigie e così francofone. Lei era dietro di me, mi pare si stesse frugando gli occhi prima di decidere quale trucco economico si sarebbe comprata. Li aveva belli e vivi, direi la sua parte migliore. Non il seno, piccolo ed esteso su un torace mascolino e da nuotatrice. Per non parlare delle spalle, che quando vedevo scendere e salire sopra il mio pube in onor di pompa avevo ogni tanto bisogno di controllare con le mani che il suo fosse un viso di donna. Be', eravam lì. L'Hotel costava poco, e a trovarlo fu lei mentre io parcheggiavo o anzi facevo manovra per tornare indietro cioè ero pronto a rassegnarmi a dormire nell'unico posto ancora libero, un hotel a tre stelle con uno stronzissimo concierge che ci aveva proposto una doppia a duecento euro, da mollare la mattina dopo (ed erano le undici), entro mezzogiorno. Perché dunque la distruzione? La seconda volta a Vence ero con B. e K., due, sfigati più o meno come me, che pur riccastri e non del tutto idioti stavan e forse ancora stanno sul mondo come insetti solitari e felici di mangiarsi un po' di merda. Passammo, su mia nolente e malcelata intenzione, davanti all'Hotel di cui sopra, di cui, parlo spesso con il mio dentro quando ho bisogno di sentirmi un po' ometto. Perché c'era un bagno in corridoio e una doccia con i rubinetti rotti e ossidati, perché la moquette verde stava bene col panorama sulla finestra che dava verso un delizioso boschetto, di fiori, di cielo e pur senza mare che quando alla mattina io ed Annetta lo guardammo nella nostra ultima colazione pagata e sì empaticamente servita dalla madre del posto, be', io mi sentii innamorato. Esattamente, credo, come quando la notte prima l'avevo fatto con lei su di me, con la sua stupidotta maglietta fosforescente a pigiama, "Happy Night for An Happy Girl". E la terrazza, così carina e belle époque, di ferro inciso e modellato a martellate sull'incandescente, poteva pur dirsi e cioè farsi d'un qualche rammento di Pisarro o anche Cezanne. Ma lei, non granché istruita di fronte a me penitente e narcisista, non penso potesse sentirlo. Però, maledette le loro bocche istituite e codarde, B. e K., -attenti merdofagi dell'esistente-, senza volerlo distrussero tutto. A Vence con loro il tempo fu brutto, grigiastro e persino afoso. L'hotel apparve ai miei occhi come insignificante e realmente chiuso alle più dolci immaginazioni. Ce ne andammo, e mentre io guidavo la botta improvvisa al retrotreno della mia Punto Diesel (milleetré), con relativo suono di rottura, scrocchiante e fantozziano, mi fece capire che avevo preso una buca. Mica si guida, fuori dalla memoria.